Tipo caratteristico di pescatore civitavecchiese del secolo scorsoGli abitanti di Civitavecchia hanno vissuto sempre col porto e con la pesca, in passato disertavano i campi e quelli che si dedicavano all’agricoltura erano oriundi delle Marche e dell’Abruzzo. Per dimostrare la fondatezza dell’asserzione giova riportare una leggenda poco conosciuta, ma che corre sulla bocca dei vecchi agricoltori sparsi lungo le rive del Mignone. Nel 450 d. C. la vecchia città era a contatto immediato con la campagna e questa si presentava brulla e selvaggia e tutta intorno interamente incolta. Poco lontano da Civitavecchia conduceva vita di penitenza un monaco, il beato Sensio. Un giorno ecco apparire sulle rive del Mignone un orribile e mostruoso serpente che fa strage di uomini e di armenti, e che con la coda abbatte e brucia le poche messi... 
 
 
 
 
...Quei pochi agricoltori superstiti fuggono atterriti e ricorrono al beato Sensio. Questi, impietosito, prende una corda e va diretto al Mignone; il santo uomo prega un istante, fissa il serpe mostruoso e gli ordina di fermarsi. Il serpe ubbidisce, il buon Sensio lo lega, lo getta nella rapida corrente del Mignone e i pastori e gli agricoltori, ne furono per sempre liberati... Solo più tardi alcuni autentici Civitavecchiesi si danno all’agricoltura facendo dei proseliti. I poggi che circondano la città perdono l’aspetto selvaggio, prendono il nome dei primi pionieri dell’agricoltura locale e le messi abbondano, mentre le viti e gli ulivi inghirlandano la vecchia città di Leandro.  
    In questo periodo di sviluppo commerciale ed economico si fondarono in città delle confraternite tutt’ora esistenti e che giova ricordare: quella di Orazione e Morte, quella del Gonfalone. La Confraternita di Orazione e Morte fu istituita verso il 680, non è certa la data, ma è la piu antica. Nel vecchio archivio della chiesa omonima e perfettamente conservato il «Piviale del condannato», una specie di cappa di seta bianca pesante. Questa confraternita con vecchio breve pontificio godeva del privilegio di liberare un condannato dalla galera nel giorno di Pasqua, quand’anche fosse stato condannato a morte. Ogni anno nel mattino della domenica di Resurrezione, dopo le funzioni religiose, i confratelli, preceduti dal loro governatore, indossavano tutti il camice bianco e processionalmente si recavano alla Darsena, dov’ erano rinchiusi i galeotti. Il caposecondino faceva schierare tutti i reclusi nella cappella, debitamente incatenati, e il governatore intonava il  « Veni Creator » per ricevere la ispirazione del liberando; quindi rimaneva alcuni minuti in pio raccoglimento e poi posava la mano su uno qualunque dei condannati presenti. 
Al fortunato toccato veniva subito posto il famoso « Piviale » sulle spalle e veniva reso libero all’istante. Siccome con l’andar deI tempo le ispirazioni cominciarono a diventare pressioni da parte di alti personaggi della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in favore di qualche condannato interessante, tale privilegio fu abolito. 
      Filippo Di Gennaro 
      da: "Civitavecchia, vedetta imperiale sul mare latino" edito da "Latina Gens"  1932
 
 
 
Feste e tradizioni di Civitavecchia: