comandò
alle onde e al vento di placarsi. La tempesta cessò all’istante
e i marinai, testimoni del prodigio, caddero ai piedi di Fermina e venerarono
in lei la Santa, la protettrice dei naviganti. Allora i Civitavecchiesi,
presi di ammirazione, la proclamarono patrona della città e più
tardi, poco lontano dal punto di approdo della giovanetta romana eressero
la chiesa di S. Maria, la primaria, fra tutte le altre, dedicando un altare
alla Santa. Il simulacro della protettrice dei naviganti costantemente
è visibile nella chiesa di S. Maria ed è raffigurata con
la palma e il manto rosso del subito martirio, mentre solleva con la destra
una pregevole galea di argento.
La popolazione era eminentemente
marinara ed ogni qualvolta si accendeva la guerra di pirateria ed i corsari
infestavano il Tirreno, i nostri baldi marinai prendevano il largo con
le galee. Quando rientravano vittoriosi in porto in segno di giubilo sparavano
le artiglierie dai forti a salve e le campane spandevano il suono ondivago.
I nostri prodi marinai prendevano terra dalle galee e andavano nella chiesa
di S. Maria per deporre i loro trofei di guerra e ringraziare S. Fermina
della protezione concessa a chi combatteva sul mare.
I nostri vecchi lo ricordano: i ricchi
trofei delle seriche bandiere verdi e rosse, con gli arabeschi e i segni
dell’Islam erano, fino a qualche anno fa, disposti simmetricamente sull’alto
del cornicione sulla chiesa di S. Maria, muti testimoni del glorioso passato
dei nostri baldi marinai. L’incuria degli uomini e un incendio hanno distrutto
quelle barbaresche bandiere, che formavano la più viva e palpitante
documentazione storica. Ogni anno, in onore della Santa, nello specchio
acqueo del porto, hanno luogo le regate di barche a remi; la lotta saracena;
la salita del trave; l’albero della cuccagna; accensione di fuochi pirotecnici;
l' illuminazione con fiaccole del porto e l’imponente e maestoso corteo
dei galleggianti, per la benedizione del mare e il gettito delle anitre.
La tirannia della brevità e dello spazio, non consentono la descrizione
particolareggiata di tutto: mentre si ripristinano in ogni borgata d’Italia
le feste di carattere folcloristico, qui nella nostra città è
stato proibito il magnifico ed attraente spettacolo del gettito delle anatre
dalla Società Protettrice degli Animali!
Questo pubblico festeggiamento richiamava
una stragrande folla di spettatori che invadevano tutte le banchine e tutte
le finestre dei fabbricati sovrastanti la Calata Tommaso di Savoia, per
assistere a questo comico "gettito di anatre
" che dava luogo a scene esilaranti, a fasi di caccia ove trionfavano l’audacia
individuale, la vigorosità e la destrezza del nuotatore. Non erano
solo questi i festeggiamenti dell’anno. Ogni rione aveva il suo comitato
permanente e non passava mese senza che una via o un rione non avessero
festeggiato pubblicamente il suo Santo o la Madonna dell’altarino pensile.
Le vie si ornavano spesso di festoni di mortella, di bandiere, di arazzi:
migliaia di lampioncini multicolori venivano disposti ad archi simmetrici
e tutta la via rigurgivata di una folla variopinta e chiassosa. Calava
la sera: venivano lanciati dei palloni di carta velina nelle forme piu
strane e tutto il rione o la via si abbelliva in un tripudio di fiamme
e di luci. La musica rallegrava la festa, il brusio, il chiasso raggiungevano
la sonorità del diapason con le grida incomposte dei vari rivenditori
ambulanti, finchè tutto si componeva nella quiete silenziosa della
notte inesorabile, punteggiata solo di stelle... Tutte queste feste sono
tramontate, qualcuna sopravvive ancora, altre vivono nel ricordo dei vecchi.
La popolazione ha mutato abitudini, ma e rimasta avvinta a tutto ciò
che forma consuetudine generale. Riguarda e solennizza nell’ambito della
famiglia il Natale, la Pasqua, il Ferragosto e le belle ottobrate. Queste
il popolo ama sopratutto per trascorrere una giornata all’aperto, all’aria
libera dei campi e abbandonarsi completamente alla « forata »
di prammatica.
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