Serafina e Ciro Focone, Raffaele FabbroL'effetto del bombardamento sulla Terrazza GuglielmiRagazzini i primi due, diciottenne il terzo, che nel 1943 lavorava come idraulico. Tre persone, tre testimonianze diverse di quel tragico 14 maggio. Serafina Focone e Ciro abitavano in via Pietro Manzi, quella che allora era considerata la "Quarta Strada", oggi ancora esistente. Racconta Serafina: "Lavoravo nello studio fotografico di Tonino Marzi, un tarquiniese, sul centralissimo Corso Umberto, che oggi sarebbe corso Marconi. Allora c’era molto da fare per via dei tantissimi militari in città: c’erano sempre foto da scattare e pellicole da sviluppare. 

Il primo bombardamento, quello del 14 maggio 1943, mi sorprese proprio nella camera oscura dello studio...  

 
 
 
 
...Chiaramente nessuno di noi si era accorto di nulla, nessuno aveva sentito gli aerei avvicinarsi. Le prime bombe scatenarono una gran confusione, tutte le pareti dei palazzi tremavano. Solo dopo un attimo ci rendemmo conto di quanto stava accadendo, Tonino Marzi chiuse subito la saracinesca, non prima di aver fatto entrare un soldato sorpreso per strada dall’incursione nemica. Tutti ci mettemmo sotto un muro maestro, per ripararci dalla caduta delle macerie dei piani superiori.  
 
    Durò poco, qualche minuto. "Quando rialzammo la serranda, ci si presentò uno scenario apocalittico, con nuvole di polvere che impedivano di vedere a più di qualche metro, tanto che sembrava quasi che fosse notte. Di corsa andai sulla terrazza Bernini, mi affacciai sul porto e ricordo solo i tanti cadaveri seminati ovunque, a brandelli. tutti dilaniati dalle esplosioni. i1 mio fidanzato di allora, Tonino Ercolano, di Sorrento, era imbarcato sul Torquato Tasso, un dragamine in riparazione allo scalo Mattiuzzi e colpito da uno spezzone incendiario. Lui è stato sbalzato via dallo spostamento d’aria ma si salvò. Tornai a casa e con i miei familiari prendemmo coperte e fagotti e scappammo ai Cappuccini, a monte della città. E insieme a noi scapparono nella stessa direzione tantissimi abitanti di quella zona ed anche gli uomini della Capitaneria, i portuali. Successivamente, dopo un paio di giorni, l'Esercito mise a disposizione dei camion per trasportare gli sfollati a Tolfa, dove andammo anche noi". 
A Tolfa scappò anche Ciro Focone, che stava facendo il bagno alle "due scalette", al lungomare, più o meno dov’e oggi il Pirgo.  
"Vidi un gran luccichio venire dal mare, accompagnato da un rumore assordante. Ero ancora in acqua quando caddero le prime bombe, poco prima delle 15,30. Mi trovavo in compagnia di Renato Peris e due altri amici, Umberto e Alvaro, di cui non ricordo i cognomi. Scappammo ancora bagnati, con i vestiti in mano e ci riparammo sotto il palazzo di piazza San Francesco d’Assisi, che per fortunn rimase in piedi. Subito dopo i preti ci portarono al sicuro in uno scantinato. Passata l'incursione, con il suono della sirena del cessato allarme uscimmo e andammo verso casa. Tanti i morti e i feriti lungo la strada. Nessuno si era fermato a soccorrerli durante il bombardamento. Fui sorpreso delle tante paia di scarpe sparse sulle macerie e per la strada. Passando davanti al cinema Italia vedemmo chiaramente il soprabito a quadri della bigliettaia, morta sotto le bombe insieme all’operatore e alla "maschera". Nessuno del pubblico en ancora entrato nella sala, dove avrebbero dato il film "Gente dell’aria" con Gino Cervi. Al porto i morti saranno stati migliaia perché erano davvero tanti i soldati in attesa di imbarcarsi per la Sardegna. Le vittime tra i civitavecchiesi furoro qualche centinaio. Fuggimmo a Tolfa e trovammo ospitalità al convento della Sughera, che chiamavamo l'Alcazar. I viveri? Ci si doveva arrangiare con il contrabbando: per una pagnotta davamo lenzuola e coperte, a volte anche I’oro. I soldati poi ci davano le scatolette e noi in cambio lavavamo la loro biancheria. Quando dopo l'8 settembre arrivarono i tedeschi, ci costringevano tutti i giorni a lavorare al porto. Ci caricavano sui loro camion e ci portavano a Civitavecchia, a scaricare materiale dalle navi".   
 
    Fabbro era invece nella sua officina, in via Montegrappa. "Quando i palazzi cominciarono a cedere mi riparai sotto l'arcata con mio fratello Luca e con il padrone, Emilio D’Andrea. All’uscita, trovammo cadaveri di uomini e di animali. I cavalli erano gonfi per effetto dello spostamento d’aria. Le bombe avevano centrato in pieno i forni e tutto quello che oggi e considerato il centro storico. Corso Umberto era la strada piu elegante, il salotto della città e i negozi erano tutti caratteristici, molto piu belli di quelli di oggi. Era li che i civitavecchiesi passeggiavano al pomeriggio, c’erano le trattorie e la pasticceria di Gino Agliata che sfornava paste deliziose. Purtroppo il bombardamento sorprese tutta la cittàdinanza: la minaccia era stata sottovalutata, eppure bastava poco per temere un attacco aereo visto che pochi giorni prima le forze alleate anglo-americane avevano scaricato bombe su Livorno e, a Pasqua, su Grosseto. L’allarme, che nei giorni precedenti suonava in continuazione, quel giorno tacque inspiegabilmente e la contraerea non sparo neppure un colpo. "Da sfollato andai prima a Valentano, sei mesi piu tardi invece a Tolfa e Allumiere. "Quello che non dimentichero mai – conclude Fabbro – sono i rifornimenti, fra viveri e altro materiale, che portarono gli americani della V Armata quando, nel giugno del ’44, entrarono a Civitavecchia. Per ottenere le razioni facevamo chilometri a piedi fino ad Aurelia, dov’era stata allestita la base, completa di ospedale militare. Le casse dei viveri erano una sopra l'altra e formavano pareti alte come palazzi. E fu in quei giorni che tutti noi scoprimmo le sigarette Lucky Strike e la Coca Cola".
     
    da: "Obiettivo Civitavecchia 1943 -1993" edizioni c.d.u. Comune di Civitavecchia 
 
Le altre immagini della guerra:

 
I racconti dei testimoni: