
| Bruno Neri,
civitavecchiese classe 1925, abitava al palazzo dei Ferrovieri con i genitori
(suo padre era dipendente delle Fs) e la sorella.
Aveva 19 anni, nel ’43, ed
era uno studente. Oggi e pensionato del Ministero di Grazia e Giustizia
e abita in via Alga a Civitavecchia. Quando le prime bombe piovvero sulla
città, Neri stava riposando, come egli stesso racconta, conservando
un ricordo vivissimo di quei drammatici momenti.
"Ero a letto, in attesa dell’ora pomeridiana di ginnastica che faceva parte del programma scolastico. Fui svegliato di soprassalto dalle grida di mia madre, terrorizzata per le bombe. Ricordo che saltai giu dal letto, afferrai mia sorella e in un attimo raggiunsi il rifugio... |
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...posto
sotto il palazzo dei Ferrovieri. Un quarto d’ora più tardi era tutto
finito: sulla città erano state scaricate tonnellate di bombe: gli
alleati si erano divisi le zone da bombardare in tre ondate, una immediatamente
successiva all’altra.
Qualche
giorno dopo il bombardamento si parlò di una visita di Re Vittorio
Emanuele III, ma io non l'ho visto. "Una volta fuori di casa, ho pensato
soltanto a fuggire e come me tutti quanti. In città non saranno
rimaste più di dieci automobili e ovunque, a perdita d’occhio, si
stendevano cumuli di macerie. E i morti, tanti, erano tutti sotto. Ho visto
gente scappare senza meta, altri imprecare contro i militari che non facevano
niente, per quanto invece facevano il possibile, per poco che fosse. E
si scateno anche il fenomeno dello sciacallaggio: anelli d’oro e collane
erano i primi oggetti a sparire. Con la mia famiglia, mi sistemai in un’abitazione
nei pressi del cimitero, in localita Caravani, dove rimasi per un breve
periodo prima di fuggire a Vetralla. "I soccorsi scattarono abbastanza
tempestivamente ed encomiabili, nella loro opera, furono i vigili del fuoco
e gli uomini dell’Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Ma pur
apprezzando l'impegno dei singoli, va detto che la città non era
assolutamente preparata ad affrontare un evento cosi dramma- tico: questo
nonostante in molti si rendessero conto dell’importanza di Civitavecchia
quale obbiettivo strategico. E noi abitanti eravamo impreparati soprattutto
psicologicamente al contatto diretto con la guerra. Trovarsi sotto le bombe
e un’esperienza pazzesca e non bastava raggiungere i rifugi per sperare
in un riparo sicuro, visto che per la maggior parte erano semplici scantinati.
Gli abitanti rimasero profondamente segnati da quella tragedia, tanto che
nei giorni successivi bastò il rumore di aerei italiani per seminare
il panico: volavano bassi per farsi riconoscere, ma questo non serviva
a tranquillizzare una città sotto choc.
"A Civitavecchia non avevo più un amico. Tutti se n’erano andati cercando soccorso altrove. Alcuni li ho ritrovati dopo molto tempo, quando da Vetralla tornai a Civitavecchia nel dicembre del 1944. Le case sulla via Aurelia erano state occupate da inglesi e americani, la città era senza governo ma erano stati ripristinati i servizi essenziali". da: "Obiettivo Civitavecchia 1943
-1993" edizioni c.d.u. Comune di Civitavecchia
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I racconti dei testimoni:
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