
| Venerdì 14
Maggio 1943.
In quel giorno di maggio, mentre la città intorpidita ed assonnata da una calura quasi estiva, riprendeva lentamente, le attività pomeridiane, 48 fortezze volanti americane, provenienti dalla Tunisia, in tre ondate successive, effettuarono un tragico bombardamento aereo che rase al suolo Civitavecchia e che uccise migliaia di persone inermi.
La consultazione di documenti d’archivio e, in modo più significativo, il recupero dei racconti dei testimoni oculari, ha permesso di ricostruire le fasi principali di quel tragico momento storico. Sin dalle prime ore
del mattino in città erano arrivati forti contingenti di militari
italiani che si dovevano imbarcare per la Sardegna, in previsione di uno
sbarco alleato sull’isola. Nel porto erano attraccati ai moli almeno dieci
navi che da diversi giorni stavano caricando armi e vettovagliamenti...
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| Alle ore 15,15 - 15,20,
volando controsole e molto bassi sul mare, gli aerei alleati arrivarono
a Civitavecchia da Ovest. In vista della costa, i caccia di scorta precedettero
i bombardieri e, virando sopra Borgo Odescalchi, presero di filata la fascia
costiera.
Mitragliando il lungomare,
vomitarono ferro e fuoco sugli autocarri carichi di soldati che sostavano
al Viale Garibaldi e Rimasto tramortito e coperto di terra, venne salvato dopo diversi minuti da alcuni passanti. Nel frattempo sulla città da una quota di 20 angeli (20.000 piedi - 6.000 metri) (De Simone 1993), erano state scaricate, senza preavviso ed allarme, centinaia di bombe ad alto potenziale esplosivo che provocarono morte e distruzione. Bonarino Loru, con altri giovani amici, stava guardando, dalla terrazza Marconi, le truppe che sfilavano nel porto. Alle prime esplosioni, i ragazzi cercarono disperatamente di raggiungere il rifugio ubicato in un vicino scantinato, ma l’ultimo della fila, un caro cugino di Bonarino, stramazzò per terra decapitato da una scheggia. I frati francescani del Ghetto, si salvarono da morte sicura solamente perchè, per dire le preghiere pomeridiane, non andarono nella stanza assolata che dava sul viale, ma preferirono una stanza più fresca posta nell’ala che dava sul Ghetto. Alle ore 15,20 il rumore assordante del mitragliamento li distolse, impauriti, dalle preghiere, si girarono di scatto e furono investiti da un’enorme esplosione. Mezzo fabbricato era stato distrutto da una bomba; le scale non esistevano più. Abbarbicati sulle travi traballanti, assisterono, impotenti, alla tregedia che si abbatteva sull città; solo dopo diverse ore i frati furono fatti scendere con mezzi di fortuna. L’avvocato Enrico Coltellacci, fu sorpreso da quei tragici eventi mentre, insieme ad un amico, pedalava in bicicletta sul viale all’altezza della statua di Garibaldi, davanti all’Hotel delle Terme. Disperatamente fuggì verso la Piazzetta degli Eroi ed entrò in un portone di Palazzo d’Ardia per raggiungere gli scantinati adattati a rifugio. Per pochi attimi sostò nell’androne per vedere in qual direzione era fuggito il suo amico; quella breve sosta gli salvò la vita. Un grappolo di bombe centrò il Palazzo d’Ardia e molte persone che avevano cercato salvezza nel rifugio, morirono schiacciate dal crollo dei muri. Sopra una sedia, fuori del Caffè Genova, furon trovati, esanimi, due bambini strettamente abbracciati, rimasti uccisi dallo spostamento d’aria provocato dall’esplosione delle bombe cadute su Palazzo d’Ardia. Non si seppe mai chi fossero quei due bambini, forse fratelli e venuti a Civitavecchia con dei parenti pe salutare qualche militare che si doveva imbarcare per la Sardegna. Dai poggi sopra Civitavecchia si vedevano sulla città solo bagliori accecanti, seguiti da boati assordanti, mentre colonne cupe di fumo si levavano funeree dal porto e dal centro abitato. Il tragico bombardamento durò pochi minuti. Alle ore 15,40, a missione compiùta, gli aerei, senza aver subito perdite (la contraerea non aveva sparato neanche un colpo) si allontanarono per ritornare alla lontana base africana. Per un’ironia del destino, ancora una volta, come i Saraceni mille anni prima, i distruttori di Civitavecchia erano partiti dalla Tunisia. Ovunque si sentivano gli strazianti lamenti dei feriti e le flebili invocazioni d’aiuto delle persone rimaste intrappolate tra le macerie. I sopravvisuti, con la faccia annerita dalle esplosioni e con i vestiti imbiancati dalla polvere finissima dei calcinacci, come pallide ombre, vagavano disperati tra i cadaveri straziati, tra il fumo acre e soffocante degli incendi e il rumore sinistro dei fabbricati che crollavano, alla ricerca di parenti e amici dispersi. Quanti furono i morti? Nessuno lo potrà mai dire con certezza, troppi corpi rimasero per sempre sepolti sotto le macerie e nelle navi affondate; gli elenchi dei militari andarono inoltre dispersi, sia a causa delle esplosioni, sia per la comprensibile confusione che seguì il bombardamento. Una recentissima ricerca d’archivio (Battisti inedito) ha stabilito che le vittime "ufficiali" furono 400 (valutazione per difetto) durante il primo bombardamento e in totale 455 alla fine degli 87 bombardamenti che subì Civitavecchia dal 14 maggio 1943 al 22 maggio 1944. Poche ore dopo il bombardamento, improvvisamente suonarono sinistre le inutili sirene dell’allarme e la popolazione che cercava disperatamente i congiunti tra le macerie, nuovamente fuggì impaurita, temendo un altro bombardamento. Una folla incontrollata e in preda al panico, dal porto, dal centro storico, dalla settima, dalla nona, tra urla d’angoscia, correndo si riverso in periferia e si disperse nelle campagne. In seguito si sparse la voce che l’allarme era stato fatto suonare dalle autorità per far allontanare la popolazione in occasione della visita fatta dai reali d’Italia alla città martirizzata. Sin dalla stessa sera
e all’alba del giorno dopo Il 17 maggio 1943, cioè tre giorni dopo, aerei americani lanciarono su Roma tonnellate di manifestini che minacciavano a chiare note di bombardare le città finche gli italiani sarebbero rimasti alleati della Germania (De Simone 1993, 47). I successivi bombardamenti del 19 luglio e 13 agosto 1943 effettuati sul centro urbano di Roma, bombardamenti che avrebbero avuto effetti migliori, dal punto di vista militare, se effettuati sui nodi ferroviari esterni alla città, confermarono la strategia del terrore che porterà all’armistizio dell’8 settembre 1943. Dopo tale data, completamente distrutta, con il porto inagibile e occupata da pochissimi tedeschi, Civitavecchia subì ancora decine e decine di bombardamenti diurni e notturni diventando una tragica palestra per addestrare i giovani ed inesperti piloti americani ed inglesi e per sperimentare nuovi tipi di bombe e di esplosivi. Antonio
Maffei
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I racconti dei testimoni:
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