S. Fermina appunto è una di quelle feste che non passeranno mai inosservate, perche il popolo l’ ha prediletta, perchè ha un legame col mare. La festa religiosa avviene il 21 aprile, ma annualmente nella prima decade di agosto si ,danno dei pubblici festeggiamenti in mare, in suo onore. Dice la tradizione che dopo l’editto di Nicomedia (303 d. C.) Diocleziano intraprese una nuova persecuzione contro i cristiani; fu la decima secondo la storia, ma la più feroce. Durante questo periodo la giovinetta Fermina, figlia di Calfurnio Pisone, prefetto di Roma, abbandonò la casa paterna per sfuggire la persecuzione e prese la via di mare per raggiungere Civitavecchia. Nella breve navigazione costiera si scatenò una violenta libecciata; nel momento in cui la fragile navicella dell’epoca stava in procinto di naufragare, Fermina si inginocchiò:  
 
Anni 20 - Cerimonia in mare per la festività di Santa Fermina
 
 
 
comandò alle onde e al vento di placarsi. La tempesta cessò all’istante e i marinai, testimoni del prodigio, caddero ai piedi di Fermina e venerarono in lei la Santa, la protettrice dei naviganti. Allora i Civitavecchiesi, presi di ammirazione, la proclamarono patrona della città e più tardi, poco lontano dal punto di approdo della giovanetta romana eressero la chiesa di S. Maria, la primaria, fra tutte le altre, dedicando un altare alla Santa. Il simulacro della protettrice dei naviganti costantemente è visibile nella chiesa di S. Maria ed è raffigurata con la palma e il manto rosso del subito martirio, mentre solleva con la destra una pregevole galea di argento.  
    La popolazione era eminentemente marinara ed ogni qualvolta si accendeva la guerra di pirateria ed i corsari infestavano il Tirreno, i nostri baldi marinai prendevano il largo con le galee. Quando rientravano vittoriosi in porto in segno di giubilo sparavano le artiglierie dai forti a salve e le campane spandevano il suono ondivago. I nostri prodi marinai prendevano terra dalle galee e andavano nella chiesa di S. Maria per deporre i loro trofei di guerra e ringraziare S. Fermina della protezione concessa a chi combatteva sul mare. 
I nostri vecchi lo ricordano: i ricchi trofei delle seriche bandiere verdi e rosse, con gli arabeschi e i segni dell’Islam erano, fino a qualche anno fa, disposti simmetricamente sull’alto del cornicione sulla chiesa di S. Maria, muti testimoni del glorioso passato dei nostri baldi marinai. L’incuria degli uomini e un incendio hanno distrutto quelle barbaresche bandiere, che formavano la più viva e palpitante documentazione storica. Ogni anno, in onore della Santa, nello specchio acqueo del porto, hanno luogo le regate di barche a remi; la lotta saracena; la salita del trave; l’albero della cuccagna; accensione di fuochi pirotecnici; l' illuminazione con fiaccole del porto e l’imponente e maestoso corteo dei galleggianti, per la benedizione del mare e il gettito delle anitre. La tirannia della brevità e dello spazio, non consentono la descrizione particolareggiata di tutto: mentre si ripristinano in ogni borgata d’Italia le feste di carattere folcloristico, qui nella nostra città è stato proibito il magnifico ed attraente spettacolo del gettito delle anatre dalla Società Protettrice degli Animali!  
    Questo pubblico festeggiamento richiamava una stragrande folla di spettatori che invadevano tutte le banchine e tutte le finestre dei fabbricati sovrastanti la Calata Tommaso di Savoia, per assistere a questo comico "gettito di anatre " che dava luogo a scene esilaranti, a fasi di caccia ove trionfavano l’audacia individuale, la vigorosità e la destrezza del nuotatore. Non erano solo questi i festeggiamenti dell’anno. Ogni rione aveva il suo comitato permanente e non passava mese senza che una via o un rione non avessero festeggiato pubblicamente il suo Santo o la Madonna dell’altarino pensile. Le vie si ornavano spesso di festoni di mortella, di bandiere, di arazzi: migliaia di lampioncini multicolori venivano disposti ad archi simmetrici e tutta la via rigurgivata di una folla variopinta e chiassosa. Calava la sera: venivano lanciati dei palloni di carta velina nelle forme piu strane e tutto il rione o la via si abbelliva in un tripudio di fiamme e di luci. La musica rallegrava la festa, il brusio, il chiasso raggiungevano la sonorità del diapason con le grida incomposte dei vari rivenditori ambulanti, finchè tutto si componeva nella quiete silenziosa della notte inesorabile, punteggiata solo di stelle... Tutte queste feste sono tramontate, qualcuna sopravvive ancora, altre vivono nel ricordo dei vecchi. La popolazione ha mutato abitudini, ma e rimasta avvinta a tutto ciò che forma consuetudine generale. Riguarda e solennizza nell’ambito della famiglia il Natale, la Pasqua, il Ferragosto e le belle ottobrate. Queste il popolo ama sopratutto per trascorrere una giornata all’aperto, all’aria libera dei campi e abbandonarsi completamente alla « forata » di prammatica. 
      Filippo Di Gennaro 
      da: "Civitavecchia, vedetta imperiale sul mare latino" edito da "Latina Gens"  1932
 
 
 
Feste e tradizioni di Civitavecchia: