Civitavecchia si tratta con una larghezza che ha ben poco di provinciale.  
Piazza Vittorio Emanuele - Inaugurazione del nuovo acquedottoA mezzodì spara tanto di cannone.  
Molti punti poi della città danno l'impressione di trovarsi in un sobborgo di Roma. Uno si scorda degli ottanta chilometri messi ad  arrivarci e sembra che svoltando da quella piazza si debba  riessere ancora in Borgo, o in Trastevere, o nei paraggi ferroviari di porta Ostiense. 
Roma fa qui più forza del mare. 
Stemmi papali e trombe di caserme posson più che le vele e l'urlo delle sirene. La parlata è quella di Roma con appena un po' più di cadenza. L'architettura ha una grandiosità, un'affumicatura, un lasciandare di vera grande città. Chiese, palazzi, teatro  e caserme fanno bene spesso monumentali prospettive. 
Di provinciale c'è solo quel tanto per cui, del resto, già si tradiscon provincia i sobborghi delle più illustri metropoli, qualche maggiore vistosità di abiti e di maglioni, profumi acuti, calze stralucenti, insegne più ghirigorate di botteghe e programmi affissi di spettacoli non più nuovi. 
Ma poi c'è il mare, che non è mai provincia. 
 
 
 
  
 
 
Ancorchè, per città di mare, Civitavecchia sia poco marinara. Il mare si vede e non si sente. Dice Cicerone, degli abitanti delle città di mare che vagano con l'animo. Civitavecchia forse vagherebbe, ma Roma le tiene una mano sulla spalla. Tutt'assieme, pesa più la terraferma: pesano più i gran soldati che c'è di tutte le armi e  specialità, con le varie scuole militari, caserme, fortezze, armerie,Piazza Saffi penitenziari, campi d'addestramento e di tiro, e pesano più i dintorni con le fabbriche, le cave, le miniere, lo stabilimento termale e il convento dei Cappuccini. Il frate con la bisaccia turchina che s'incontra alla cerca mette, in città, più di campagna di quella che il marinaio sappia metterci di mare… E tuttavia, rispetto ai paesi più dentro terra, e rispetto alla stessa Roma, Civitavecchia ha un colore e un sapore di così accentuata meridionalità che non si potrebbe spiegare altrimenti che col mare: quel Mediterraneo ornato di palmizi che già a Marsiglia ti fa dire  « Ecco Napoli » ! Quegli storini colorati alle finestre, con un Vesuvio giallo e il fumo color di rosa ! E il caffè della Mammanona, dove senti Zena, e senti Napule, e Catania senti ! 

La città è piena di lapidi, antiche e moderne, latine e italiane, umanistiche e massoniche, pontificie e nazionali. Una vera malattia della pietra. Lapidi sulle case dove nacquero o vissero o morirono insigni civitavecchiesi:  Alberto Guglielmotti,  « Padre dell'Armata italiana »; Cesare Laurenti « che al sorgere del XX secolo creò il tipo piiù perfetto di sommergibile ammirato dai competenti preferito dalle Nazioni » ; Luigi Calamatta, sommo incisore  « che fu l'ammirazione d' Europa, anzi del Mondo » ; Pietro Manzi « per traduzioni greche e latine impareggiabile » ; lapidi a Stendhal, console qui di Francia per dieci anni ; a Mazzini ; a Garibaldi ; lapidi con le parle, già storiche mentre le diceva, di Mussolini, alla stazione, andando a Roma « a dare un governo all'Italia », e poi alla Casa del Fascio, rimemorando l'anno dopo il fatto. E c'è pure una piazza detta senz'altro degli Eroi, aperta verso la marina, col monumento ai Caduti dell'ultima guerra e un fitto intorno di lapidi su tutte le facciate e di chiesa e di case, ai Caduti di tutte le campagne, compresa quella civica del fuoco. (Vedi lapide a Fortunato Bonifazi, brigadiere dei pompieri, medaglia d'oro  «che per amore al natìo loco, in nembi di fumo e di foco immolava la sua fiorente vita»). 
Sul canto di Piazza Calamatta trovi incisi nel marmo perfino i prezzi del pesce di una volta, con gli sbagli d'ortografia di una volta. 

La domenica tutte le ragazze in piazza a passeggiare, o alla finestra con le braccia nude: e non vedi che facce bonaccione e confidenti. 
Qui puoi cogliere ancora la confidenza romana di una volta, prima della calata dei  « buzzurri ». Piazza Antonio Fratti e Piazza Leandra Piazza Leandrasono due angoli di Roma prima del 1870. 
Mai vista e neanche pensata mai possibile, una percentuale così spettacolosa di ragazze. Troppa grazia ! niente da buttar via ; d'un tipo a fondo bruno, vispo e dolce, personale slanciato e non patito all'uso di città ;  e per ogno dove sorprendi vellutati sguardi saraceni e capelli increspati e lucenti di una nerezza infernale, i riccioli accomodati sulla bianca fronte con grazie provinciale, odorosi nella sera di maggio. Una quantità da far paura, da spaccare il cuore dei peregrini come salvadanai ; ma i civitavecchiesi ci sono tanto abituati che manco se ne accorgono. Varie bande, e militari e municipali, e l'altoparlante del caffè principale, chiamano le bellezze tutte in piazza. Un brusìo, un rimescolìo, un'animazione straordinaria, ma fai caso: nessuna promiscuità: ragazze con ragazze, signore con signore, uomini con uomini, militari con militari. Spira un'aria di simpatica confidenza, ma ciascuno sta al proprio posto, e ai soldati in ronda con le giberne sulla pancia non resta che a prendere un'andatura da dilettanti. 
La moda arrìva naturalmente un po' in ritardo e le sottane sono rimaste forse un tantino troppo corte ; ma in compenso vedi certe figliolone vestite di velluto, con collettini di bucato, i capelli aureolati sul collo alla Melozzo da Forlì e certi colori di salute che tu dici: tanto peggio per Botticelli e per Greta Garbo ! 
 

L'idea di più intera vacanza e maggior pace, il pomeriggio della domenica, la dà il porto. 
Qualche barchetta esce a diporto tra i fianchi rossi e neri delle navi e dei rimorchiatori e anche qui le ragazze vanno con le ragazze (anche al remo una ragazza), e giovanotti con giovanotti e guardie di finanza fra di loro. 
A poppa di una barchetta c'è un grammofono con logori dischi di canzonette napoletane (o' sole mio sta 'nfronte a tte) che all'aperto e sull'acqua verde e turchina riprendono vivezza e dolcezza di umana voce. I pescatori fanno toletta per scendere a terra: li vedi in piedi dentro le barche che si fanno il nodo alla cravatta con la camicia pulita ancora fuori dei pantaloni, rimirandosi in uno specchietto appogiato sopra un valigino di fibra; e il riflesso tremolante dell'acqua  e dello specchio mette una luce strana sulle guance bianche di borotalco di questi pescatori che s'indomènicano. 

Le mure merlate del passo di ronda sulla  calata Principe Tommaso con  la fontana del Vanvitelli e i bianchi tendoni fuori la Taverna del Gobbo, famosa per le zuppe di pesce; l'arsenale del Bernini con le sue arcate scenografiche; i torniti baluardi del forte Michelangelo, la più bella e più netta architettura militare del mondo; il torrione rotondo del faro e l'antemurale dai grandi blocchi d'arenaria scavati dalla salsedine e le torri romane all'imboccatura del porto, fanno corona allo specchio d'acqua come un anfiteatro scombinato e festante. C'è nell'aria un indolenza ancora papalina. Il tempo s'è fermato. Ancora a momenti sembra aleggiare su quest'acqua il ricordo dell' Orènoque, vecchio sconquassato bastimento francese che qui fece buco per quattr'anni dopo il Settanta, nell'attesa di portarsi via il Papa. Quattro anni: i marinai avevano una barba lunga fino alla cintura. Ma il Papa non si mosse da Roma e una bella mattina la nave sccaldò le macchine e se ne andò zoppicòn zoppiconi lasciando il porto pieno di bucce. 

Il 17 settembre 1870 Nino Bixio, entrando in Civitavecchia, la prima cosa che fece chiese di essere ricevuto dal padre Guglielmotti, per il quale, da vecchio marinaio, aveva un'ammirazione sconfinata. Padre Alberto gli fece dire che non era in casa. 
Un tipo di prim'ordine e civitavecchiese al cento per cento, Il Comandante e teologo Guglielmotti ! Un frate, un bibliotecario, al quale la Marina italiana rese poi onori sul ponte delle navi da guerra come ad ammiraglio. Frate, fratissimo; italiano, italianissimo, di pensieri e di parola. Antibarbaresco a ragion saputa: domenicano e marinaro, l'odio del turco l'aveva nel sangue. Uomo alla mano e senza complimenti , d'una sbrigativa imperiosità tutta fratesca e con un Radicato disprezzo, tutto civitavecchiese, dei preti lustri e paini, all'occorrenza sapeva essere anche uomo di mondo, pieno insieme di candore e d'ironia. Gran camminatore, andava come niente a piedi da Roma a Civitavecchia; grande navigatore, sapeva reggere nei momenti difficili il timone meglio del più provetto pilota; grande sedentario, durò 30 anni a scrivere la storia di Roma papale contro i saraceni turchi e corsari con le vite di tutti gli eroi e di tutte le schiume marinare, e quarant'anni a mettere insieme, con spirito sempre desto di purista e d'italiano, il Vocabolario marino e militare, e morì d'oltre ottant'anni a tavolino col capo sulle carte navali (…) Ottant'anni di vita pieni di mare, pieni di Dio e pieni di carta scritta, una memoria prodigiosa piena di fatti, una fantasia piena di visioni marziali e un cuore pieno di sentimenti cavallereschi e d'amor patrio (una volta per poco non buttava in mare un capitano francese che lo portava in Terrasanta e che gli aveva detto male del porto di Civitavecchia) : alla fine della sua carriera d'una cosa  più che tutto si diceva soddisfatto, d'aver per la sua parte contribuito a dimostrare che la tonaca dei frati non è sempre la livrea dei poltroni e dei babbei. 
 

Antonio Baldini
 
(Civitavecchia 1931) 
Tutte le immagini fotografiche di queste pagine sono riconducibili al periodo 1920/1930 se non diversamente indicato.
 
 
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